| Il Caso Messina a “Blu Notte”, i colleghi di Gianfranco Pensavalli schiumano |
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| Scritto da Administrator | |
| lunedì 06 ottobre 2008 | |
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Per questo, augurandoci che in tanti messinesi abbiano visto la puntata, spieghiamo ai più chi era quel giornalista intervistato sul caso Bottari, stretto nella sua immancabile camicia a quadri da cowboy, e che usa le parole come proiettili e la penna come pistola. Si chiama Gianfranco Pensavalli, autore con Roberto Gugliotta dell'unica seria inchiesta giornalistica mai fatta sul Caso Bottari, divenuta un libro faticosamente edito dagli stessi autori : "Matteo Bottari, l'omicidio che sconvolse verminopoli".
Guardando la puntata di "Blu Notte" ho pensato a quanti in Italia stavano sentendo per la prima volta parlare di Messina non solo come città del "Ponte si o del Ponte no", ma come terra di mafia, di omertà, di casi giudiziari irrisolti, di connivenze tra magistratura e criminalità organizzata.
Mentre scorrevano le immagini di un archivio sottratto alla memoria dei messinesi, ho sperato se oltre ad indignarsi per i fatti raccontati da Lucarelli, o commuoversi davanti allo sguardo severo e doloroso del fratello di Graziella Campagna, o scuotersi davanti alle dichiarazioni di un avvocato coraggioso come Fabio Repici, qualcuno si sia chiesto, ma "perché solo adesso ce ne siamo accorti? Perché nelle agende politiche e giornalistiche cittadine le gravi notizie evidenziate da "Blu Notte" non hanno priorità? Perché non dedicare pagine intere e trasmissioni monotematiche per spiegare alla cittadinanza cosa è la "corda frates", chi c'è dietro, se ci sono boss latitanti e ben protetti nelle nostre cittadine di provincia o infiltrazioni mafiose all'università? Perché nei canali dell'informazione locale non abbiamo mai sentito un'intervista a giornalisti che si occupano di fare inchiesta in questi ambiti o a l'avvocato Ugo Colonna?"
La risposta è semplice, ma molto complicata. La risposta è nell'intervista che Lucarelli ha fatto a Gianfranco Pensavalli come all'unico giornalista messinese credibile e informato su fatti scomodi, che guardacaso in città e dagli stessi colleghi è sempre stato screditato. Che guardacaso è sempre stato considerato un "rompicoglioni", assieme al suo "compare" Roberto Gugliotta.
Siccome chi si loda si imbroda, e loro certamente non lo fanno, e siccome nostro compito invece è quello di provocare un certo spirito critico, o se volete del semplice mal di pancia, noi ci prendiamo la briga di informare i cittadini messinesi che anche sullo Stretto vengono applicate le tariffe dell'ordine dei giornalisti, come segue: se sei bravo e ti limiti a scrivere in italiano quello che ti fanno sapere guadagni e vivi del tuo lavoro e rischi pure di sentirti gratificato; se sei mediocre e soprattutto ti fai i fatti tuoi guadagni moltissimo, anche in prestigio, e ottieni una immagine così potente che rischi pure di crederci e di sentirti un grande giornalista; se fai il giornalista perché ci credi e hai scelto di farne uno strumento di verità (o comunque di ricerca di verità in buona fede) o ti accontenti di essere pagato profumatamente per non scrivere, o scrivi e ti sottoponi alla lenta ma inesorabile solitudine umana e professionale che ne segue.
Esponendoti al giudizio pubblico e alle critiche non con la forza di un apparato, di una redazione, di colleghi che ti accreditano, ma con la sola forza di quella "sana follia" che ti porta a credere fino in fondo che può esserci giustizia se c'è verità. E che l'unica cosa che sai fare è cercarla e raccontarla in buona fede, sapendo che anche quelli che ti stimano potrebbero avere paura a dirtelo e in fondo pensano "ma chi te lo fa fare".
Chi conosce Gianfranco Pensavalli e Roberto Gugliotta sa che non sono persone facili da frequentare: hanno un caratteraccio e si possono permettere alla stessa maniera di evitarti per strada o di salutarti affettuosamente, in base a quanto sono incazzati per l'ingiustizia che hanno appena scoperto o di cui sono stati vittime. Ma a prescindere dai rapporti personali non si può non riconoscere loro la caparbietà con cui hanno superato gli enormi ostacoli che questa professione ti porta se fatta con responsabilità.
Personalmente da quando ho lasciato (nel 2003) per avvenuto soffocamento le stanze di Rtp (dove mi occupavo in particolare di Zoom) ho fatto esperienza e cercato collaborazioni in diverse importanti testate nazionali, credendo ingenuamente che il "caso Messina" (giornalisticamente parlando) fosse unico nel suo genere. Purtroppo invece certe regole valgono ovunque: e spesso le lotte sindacali servono solo a tutelare i tutelati, e anche l'ordine dei giornalisti sta facendo i conti con un momento storico che sta cambiando definitivamente l'idea e la pratica della professione. Io apppartengo alla sfera dei romantici: quelli che se hai le spalle molto larghe e rinunci a facili guadagni puoi sperare in un salto di qualità. Altrimenti puoi al massimo fare l'impiegato in una redazione e rendere più "appetibili" notizie provenienti dalle agenzie che arrivano comodamente sulla tua bella scrivania. Ogni giorno poi devi imparare a misurare la tua capacità di sopportare le scelte che hai fatto, in un caso o nell'altro.
So che non hanno bisogno di attestati di stima, ma so anche che ogni tanto fanno pure piacere: quindi invito i giovani aspiranti giornalisti di questa città a cercare per i Palazzi Roberto Gugliotta e Gianfranco Pensavalli, perché altrimenti difficilmente avranno l'opportunità di incontrarli nelle cattedre di giornalismo dell'ateneo messinese, dove altri più quotati spiegano una professione che non praticano a giovani che non la praticheranno.
Lascio ai posteri questo mio breve intervento, spiegando alla gente comune che in questa nostra epoca non è lo stipendio che quantifica la professionalità. Meno che mai nel mondo del giornalismo, sempre più inquinato dalla politica e dalla pubblicità, dove l'indipendenza ha un costo altissimo che nessun editore ha più il coraggio di sposare. L'ultimo esempio pareva essere un imprenditore che voleva fare l'editore puro. Si chiamava Silvio Berlusconi, ma non aveva capito quanto fosse indipendente un certo Indro Montanelli a cui aveva finanziato la nascita di un giornale, pensando poi di potergli indicare cosa scrivere.
Cari quotati colleghi, non schiumate rabbiosi, come scrisse Leonardo Sciascia, "noi siamo quel che facciamo". Palmira Mancuso (giornalista professionista, tessera numero 064792, XIV biennio IFG di Milano) |
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L’argomento è serio, anche se l’approccio potrebbe sembrare ironico. In realtà lo è perché non c’è ironia senza intelligenza e amarezza. Dunque non vogliamo commentare il lavoro di Lucarelli, che sebbene alcune “sbavature” di forma (tipo chiamare Giuseppe il professore Matteo Bottari) ha senza dubbio raccontato la sostanza di una città tutt’altro che “babba”, come da anni molte (o almeno alcune) libere voci messinesi denunciano. Voci che in città non penetrano, voci che solo a 